giovedì 6 maggio 2010

Taboo (un pomeriggio in dipartimento)


Mancano. Mirco Buso che ha chiuso troppo presto, le litigate sull'aborto ascoltando De Andre', il foglietto con i punteggi di tresette in tre, briscola chiamata prima di lezione, lo scopone fino a notte inoltrata, anche se perdi 19 a 0 e diventi lo zimbello dell'intero dipartimento. Mancano le passeggiate a Santa Rita, Basilico che ruota, Yago che gioca, la Peppa che è sempre la mia selvatica principessa, la casa di Santa Croce. E lo scoutball calorico quando fuori e' pioggia e vento, che torni a casa ingrassato di 10 kg di fango, e la pizza o la sagra il venerdi' sera, l'alzabandiera la mattina, perfino la lattrina, la voce della bambina che ti tira per la manica per la progressione personale dopo attivita', che pagherei oro, ora, per rimandare il pranzo, e poterla fare qua.

venerdì 12 febbraio 2010

Le sedie di El Corte sono tutte diverse

Eric colleziona sedie e lampade. E viaggia. Viaggia 300 giorni all'anno, insegna all'estero 4 giorni alla settimana, tiene classi regolari a Londra, negli USA e in Sud Africa. Eric è sposato con Henry. Eric ed Henry e Komala e Stefan gestiscono questo mondo inverosimile che per noi tangueri è un regalo.


Non avevo mai visto El Corte così piena come sabato scorso. Mai la fila fuori alle tre del sabato, mai che chi arrivava alle tre già non potesse entrare perché la fila era troppo lunga.

Eric ci aveva scritto, sarà pieno, venite il venerdì sera oppure sabato all'una per il Tango-lab, che si entra di sicuro.


Perché in El Corte c'è il numero chiuso, solo 250 posti. Se alle tre rimani fuori puoi ritentare alle 19, prima che chiudano le porte. Oppure entrare di sicuro a mezzanotte per il salone notturno.

Ma dentro, Eric ricorda ogni volto, ricorda anche i nomi dei volti che non vede da dieci anni, e se alle tre del sabato si è dentro dopo si può entrare ed uscire quando si vuole, per andare a cenare al ristorante turco per esempio, o a dormire in macchina, a rifornirsi di redbull in stazione.


Io ho corso il rischio. Ho scelto di non andare il venerdì, di non andare a fare il laboratorio. Così alle due e mezza di sabato pomeriggio ero in coda stupita finché le porte non hanno aperto. Là fuori si mischiano le lingue, si rabbrividisce, ci si abbraccia, ritrova, sorride.

Qui ricarichi l'energia, quando abbracci, ti aggrappi, ti scaldi, saltelli di mezze frasi in mezze frasi, cominciano con qualcuno, finiscono in un altro incontro. Delle 250 persone quasi la metà sono lì ogni volta, siamo i regulars, il gruppo di Oxford, quelli da Berlino, di Colonia, i Belgi, c'è Jamie da Seattle, quasi ogni mese, una spruzzata di Olandesi. E poi ce ne sono altri, francesi, italiani, turchi, nordeuropei, esteuropei, sudeuropei. Argentini, neozelandesi, sudafricani, qualche volta. Vengono una volta all'anno, due, tre, per rivedere amici, per ritrovare l'atmosfera della maratona di capodanno: super gettonata, i biglietti per la maratona dell'anno n+1 esauriscono nei primi minuti del 2 gennaio del'anno n. Prima che si esaurisca la fila di ballerini in coda per comprarli.

Dei volti che vedo solo poche decine, forse solo una decina, sono di assoluti sconosciuti. Gli altri li ho visti in festival, milonghe, foto, maratone.

Mentre noi che andiamo sempre ci ritroviamo solo lì, ed ormai c'è l'atmosfera di casa.

I nuovi la sentono, la vedono in questa casa-milonga, ne sono contagiati.


Sabato era già finita la torta di mele quando sono arrivata. Ne hanno a decine, centinaia di fette di mele e uvetta sovrapposte, con un bordo marrone che tenta di fingersi pasta frolla. Con la panna, ovvio. Costa 4 ticks, poco meno che quattro euro, ma non ci pensi. El Corte è gratis, mangi, paghi, ti fai di caffè e buena onda.

Ti entra nelle vene, è questa la magia di quel posto.


Aspettavo Nijmegen, perché so che lì il tango è diverso, scorre fluido, ti entra nelle vene, tutta l'atmosfera, la stessa musica, l'energia che si livella e ti porta dentro un flusso comune, la pista da ballo isolata dal resto, chiusa, che permette un'intimità senza esibizionismi, tutta rivolta verso l'interno dell'abbraccio.


Il sabato pomeriggio fino alle sei musicalizza Stefan, poi applauso, cambio, un dj ospite fino a mezzanotte, che musica bella. Si applaude sui pezzi strani, Eric e Stefan giocano con le luci. Stefan abbassa il volume all'inizio dei pezzi per richiedere silenzio, Eric ogni tanto cammina tra le corsie per farle rispettare. Le prime ore del sabato la pista è affollatissima, l'ordine essenziale. Poi si libererà, i ballerini vanno a mangiare, a dormire, a cambiarsi. Si soffermano in quella specie di salotto, sui divani, sui grande tavolo della colazione, chiaccherano, si siedono, si danno il cambio, fanno pediluvi seduti vicini intorno allo spazio apposito.


Non ho mai ballato da nessuna parte come si balla in El Corte. Non è solo una questione di ballerini bravi.

E' l'apertura al nuovo, alle risate, alle sperimentazioni, alla ricerca di un'intimità disarmante ma disinteressata. E' possibile tutto, l'invenzione la morbidezza la sensualità la creatività, lo stupore continuo, il divertimento continuo, quel senso di pieno, di dipendenza. E il corpo che dopo ore di ballo permette comodità mai sperimentate, ricorda cose mai fatte. Non si parla in pista, non si invade la corsia a fianco, non ci si ferma, non si supera. Massimi livelli di civiltà. Ma la pista è isolata, c'è un accesso in salita, solo quella porta, il dentro è altro, e scherzando si dice, se rispetti la ronda, in pista puoi anche fare sesso, e c'è del vero nello scherzo.

Verso le sette si va per il ristorante turco con il gruppo di Oxford, ma siamo tutti lì. Quel quartiere fa affari il primo weekend del mese (internazionali - ancora si racconta la faccia di un albergatore durante la maratona di capodanno: nella hall, un centinaio di ospiti, passaporti dai 5 continenti, e si conoscevano tutti).

Zuppa e Tandir Kebab, un enorme pezzo di agnello morbidissimo, si costruisce la tango belly. Poi ancora in pista. La pelle dei piedi fa male, non la senti. Quasi rotolo, ma Yerpun, Walter, Renè, sono arrivati subito dopo cena e sono stati balli memorabili. Con Walter più di una volta ho iniziato a ballare alle nove rientrando dalla cena ed ho smesso per la pausa, a mezzanotte. Di certo ero a terra, con tutta quella pancia piena.


A mezzanotte c'è mezzora di pausa, si mangia la zuppa - pomodoro e panna e ananas, un mattone, perfino io non la prendo - poi si continua con il salone notturno, con Eric dj. Ricordo i più bei balli da mezzanotte alle tre, le prime volte, il corpo già così sciolto, ma ora mi piace di meno questa fascia, la musica sperimenta, ti prende in giro. Molti dormono sui divani, vicini, riposano sulle sedie tutte diverse, altri si massaggiano i piedi, sconosciuti ma che importa.


Alle tre la musica finisce, recuperi il sacco a pelo, lo stendi sulla pista da ballo, se sei fortunato ti fai la doccia il sabato notte, in mondo visione, è tutto trasparente.

Altrimenti vai avanti a vino e cioccolata con quelli di Oxford, sul divano.



Preferisco il sabato mattina alla domenica. Tra la sveglia e la milonga ci sono diverse ore, puoi mangiare, farti la doccia, rilassarti.

La domenica ti alzi un po' prima della sveglia, ti svegliano quelli già in piedi. Corri a mettere l'asciugamano in fila per la doccia (la coda non è umana), cominci con la dose quotidiana di caffè, aiuti a tagliare i pomodori e i peperoni per i vassoi di prosciutto.

Aiutare è più una strategia che un gesto di altruismo: vuoi essere vicino a Komala quando si può iniziare a pagare. Laverai le tazze alla fine, in caso. C'è già chi lo fa, ma ognuno fa il suo, se ha tempo.

Alle 11 Komala accende la musica classica nel salone, suona la campanella, si può pagare, ma lei ti prende in giro. Sei in fila, ma tanto quando è il tuo turno lei si alza, guarda chi sta mangiando e non ha pagato. First pay, then eat. Paghi. Fame. Ti siedi al tavolo, il mio momento preferito. Cruesli e muesli, frutta di ogni genere, marmellate, mieli, nutella, sciroppo di zucchero, mille tipi di pane-non-pane olandese, formaggi, i prosciutti con peperoni pomodori cetrioli di prima, e tutte le salse, all'uovo, al tonno, al curry, al, al al, uova sode la domenica, pathè, thè caffè latte yoghurt. Scopri gli abbinamenti più strani, panino con l'uvetta ripieno di formaggio vecchio e banana può essere buono, se sei in vena. Ma io voto cruesli, lo aspetto tutto il mese. I rituali dei miei weekend di tango olandesi.


Si mangia veloci se sei al tavolo, Eat, don't talk, è sempre Komala, there are people waiting. Così prepari il tuo piatto e lo mangi con gli altri sui divani, sbadigli, sorrisi, poi vedi a che punto della coda è il tuo asciugamano, ti docci in mondo visione, balli nell'atmosfera della domenica. Addormentata e frenetica insieme, vuoi ballare con chi ti manca, ma non ne hai le forze, ed è un lento sciogliersi sull'altro, i piedi già urlano. Non c'è caffè, per loro.

Finisce alle tre, ma c'è Arnhem il pomeriggio, fino a sera, a soli 20 minuti.


Il problema è riaccendere il mondo quando torni a casa, quando tutto di te, la testa, il cuore, i piedi, il resto, rimangono in quel micromondo nella penombra.



Note tecniche per tangueri:

www.elcorte.com

Note tecniche generali: le foto sono foto dell'international week e non del mensile chained salon. Da cui il ridotto numero di persone visibili. Sono anche una palese infrazione del copywright, le ho rubate su internet a non so chi


(For the unknown author of the pictures (if you ever come across this blog and if you ever find this little note): if you mind your pictures to be here, just contact me and I will remove them :-) )

venerdì 22 gennaio 2010

Dalla notte alla mattina


L'afterparty del Tangomagia comincia alle tre di notte.

E' per i ballerini a cui non bastano i workshops con i maestri, a cui non bastano le 11 ore di tango consecutivo dal Tangocafè pomeridiano all'affollata costosissima milonga serale.

E' per i ballerini più bravi, da ovunque, irrecuperabili, malati.


Leidse Plein è forse la zona più vitale ed affollata di Amsterdam anche alle tre di notte. Ma il lato sinistro di Korte Leidsedwarstraat è un vicolo cieco buio, e l'Academia de tango è poco oltre l'ultimo caffè. Nessuno ci arriva per caso. O nessuno si soffermerebbe, dalla strada è un anonimo ingresso d'uffici.

I tangheri li riconosci già così. Sono quelli che vanno in fondo, ubriachi di altro, dopo l'ultimo pub.

Ci raduniamo nella hall, alle tre, per scaldarci dalla neve che copre Amsterdam, aspettiamo di pagare.

Prendo il primo giro di ascensore, mi siedo a cambiarmi le scarpe e la scena è surreale. Davanti a me l'ascensore sputa fuori piccole bande di una decina di tangheri prima di rituffarsi nel buio e pescarne altri. La Rowling si è chiaramente ispirata all'afterparty per descrivere il ministero della magia.

Ci sono quelli che sai subito. Le donne soprattutto, quelle che vengono in macchina dalla milonga del festival, e infilano di corsa improbabili pantaloni di seta colorata leggerissima dentro stivali invernali. O quelle che provano goffi travestimenti babbani - jeans sotto la gonna rossa spudorata, la bacchetta magica come ferma capelli - ma si tradiscono con un fiore sulla testa, tuniche viola che sporgono dal maglione, stralci di mantello verde malcelati sotto il cappotto lungo. O alcuni uomini. Distratti, si credono anonimi nei loro jeans, ma le borse fabio schoes ne rivelano le radici, le ossessioni.

Parlano di argentini e performance in un inglese in cui si mescolano gli accenti, spesso le lingue.


Altri invece non li sapresti mai. Emergono dall'ascensore come fosse giorno, donne che sciolgono la treccia sopra le giacche eleganti, il tedesco giovane con il ciuffo stile scout bergamasco, la francese bionda in jeans e multistrato di pile, uomini in cappotto che potrebbero aver semplicemente sbagliato il piano dell'ufficio, l'ora. Loro i vestiti magici ce li hanno sotto, si siedono di fronte a me e sfilano il primo strato. Emergono colori, schiene nude. Ed io sorrido nel riconoscere magliette trasparenti, leggins di pizzo, corsari di raso lucido, bacchette magiche come tacchi di scarpe.

Ma ora che siamo dentro ci sappiamo tutti, e gli sguardi sono altri, studi, promesse.


Entriamo in sala, ci serviamo di zuppa calda ed empanadas. Sono le quattro, l'ascensore ha smesso il suo viaggio su e giù dal quarto piano.

Alle nove l'edificio ritornerà a chi vive di giorno, chi non indossa seta impalpabile a meno dieci gradi, chi non sa scrivere formule magiche con i tacchi delle scarpe.


Abbiamo ancora quattro ore.


(foto di Nil Ilkbasaran)

sabato 2 gennaio 2010

Leiden d'inverno

Scrivo di getto, da casa di Pantelis sospesa sulla città.
Questa notte ha nevicato. Bianco sui tetti, sui canali ghiacciati. Leiden è una cartolina dal paese di Babbo Natale, per quelli che non credono.

mercoledì 30 dicembre 2009

L'Olanda come non l'avessi mai lasciata (parte 2)

sono ritornata nel paese dei mulini a vento, del vento contro, della lingua che non è una lingua but a throat desease, del pane che ammuffisce invece che indurirsi, degli aerei che partono 8 ore in ritardo e mi fanno perdere notti di sonno e di tango.


E di Ronald, semisconosciuto professore di matematica che si è procurato le chiavi della casa di Jeanin (sconosciuta professora) dove Lenny (professore conosciuto e amico, ma ora in Belgio) aveva lasciato le chiavi di casa sua. Ronald che mi è venuto a prendere alla stazione di Leiden alle 3.30 di notte ed ha portato me e i miei 30 kili di bagagli sulla sua bici fino a casa di Lenny per non farmi passare la notte in areoporto.

Quando si dice gentilezza, che dire poi gratitudine non è nemmeno abbastanza.


sabato 26 dicembre 2009

Partenze

l'anno scorso era così

ed ora ritorno in quella distesa bianca di ghiaccio e luce, e ci starò fino a quando in primavera la luce diventa rosa, fino a quando scavalca le undici di sera d'estate.
Ma prima cerco casa..

giovedì 24 dicembre 2009

L'altra neve

















Chissà quel treno come sarebbe stato.

Vorrei intrecciare le rotaie in un tappeto di colori in bianco e nero e sederti accanto, lasciare l'imbarazzo depositarsi sul fondo di una tazza di caldo. Una tazza grande, perchè le parole che si leggono nei fondi abbiano più spazio per parlare.

mercoledì 16 dicembre 2009

Vorrei saper ballare così


Tempo fa mi hanno mostrato questo video incredibile
http://vimeo.com/21504484


lunedì 14 dicembre 2009

Ricette di cucina appiccicosa

Procurarsi della vinavil secca da chi inconsapevole la vuole gettare via (asili, scuole elementari, cassetti dimenticati, soffitte, compagni di corso, cartolerie in chiusura, amici).
Aggiungere acqua tiepida.
Mescolare.
Servire diluita a piacere.

La foto è una gentile concessione di Alice. All rights reserved.

sabato 28 novembre 2009

Due giorni in toscana + Chagall

Conoscevo Chagall, ma non lo conoscevo. E' arrivato tutto insieme, un paio di anni fa. La sua bibbia illustrata regalata da Lenny, ed un museo a Brussels, bellissimo, dove ha funzionato l'effetto magnete, e dove si è realizzata la mia conversione definitiva al romanticismo drammatico (come se ce ne fosse bisogno) e a tutto quel blu, quei colori.

Poi è ritornato a sorpresa, ad ottobre, in una mostra a Pisa che era lì mentre c'ero anche io, in mezzo ad un volo a/r da Amsterdam (la mostra l'ho vista tra la a e la r).

Credo ci sia fino a gennaio, andateci.

Così sorridente, piena di vita e solarità, pur in quei colori freddi, spesso, tutto blu, tanto verde, viola scuro. Rosso e giallo a tratti.

Chagall era un pittore felice.


Non c'erano i suoi quadri più famosi, eppure mi sono incantata davanti ai colori, ai collage, alle mattonelle dipinte.

Non avevo fogli con me, così ho trascritto le sensazioni sul cellulare, in due messaggi in codice, ripromettendomi di espanderle subito dopo su un treno per Firenze. Ma alla mostra ho comprato la sua autobiografia (scrive, tutto, così, con, questo, ritmo, ed ogni tanto con questo! così bello e leggero! con quell'entusiasmo bambino, ed un sacco di colori), ed è stata l'autobiografia ad occupare le due ore di treno.

Così ora dei messaggi salvati sul cellulare è rimasto questo:


primo messaggio: nulla, l'ho cancellato per sbaglio

secondo messaggio: Infinito, come si fa a prenderlo tutto? St. Jean Cap-ferrat, Ragazza tra i fiori, matton [n.d.b. matton=mattonelle], Donna Mani Rosse e Verdi, collage. La Vita(Prep)->inconscioF, resurrezione fiume, Cristo Riva-sensualità, isola Poros, diversa!, caccia uccelli, spudorato romantico. Pranzo italia, carica mistica.


beh, buona fortuna.


Invece è più chiaro che una mostra intera su un solo artista per me è troppo, perchè dovrei saper essere selettiva, fermarmi di fronte a ciò che mi piace, ed invece c'è questa sorta di bulimia visiva, il voler vedere tutto, tutti i quadri, anche se so che non saprò emozionarmi per più di uno o due.

Avrei bisogno di pass per 100 ingressi, così posso scoprire i dipinti più volte, lasciare che le sensazioni si modifichino con me.

Specialmente Chagall poi -come già dissi, ad alcuni - così denso, così ricco, così colorato, con dettagli incoerenti, tutti sullo stesso piano.

Uno degli ultimi quadri era una tavola imbandita, sullo sfondo una collina, un paese. Niente innamorati che volano mano nella mano, niente ebrei erranti, niente violini mucche cavalli. Sereno e limpido, anche nella rappresentazione. Eppure era come se anche quello avesse una carica mistica, una suggestione imposta, un rimando a qualcosa di altro.

Insomma, troppi quadri mi fanno perdere i confini tra i quadri. Porto a casa una sensazione collettiva, e non riesco ad isolare cosa ho amato veramente.

Non che sia male o bene, ma forse è una perdita?


Poi,

pomeriggio


Il treno per Firenze l'ho preso per incontrare mio papà, scambiare la giacca leggera con quella pesante (i vantaggi della vita estera). Cipressi e strada bianca dal treno, ero proprio in Toscana.

A Firenze entro a Santa Maria Novella, ma sono emozionalmente stanca, fatico ad essere recettiva per quegli affreschi dopo i colori della mattina, ed un po' mi stupisco.

Ci consoliamo con il duomo, un gelato.

In serata di nuovo Pisa, che è piccolina, la piazza della Normale, una chiesetta sull'Arno, i vicoli del mercato, un paio di altre chiese, infiniti posti dove vendono pizza. Il resto sono curiosità asimmetriche che Nic mi ha mostrato in un giro serale. E poi Campo dei Miracoli ovviamente, già la prima sera, al tramonto. Quasi vuoto nel freddo, ed il marmo bianco blu-violetto come il cielo.

Il resto è dentro, ed il mio dentro è stata Casa Pocalisse.

Grazie, per la guida serale di Pisa l'ascolto le chiaccherate notturne o cittadine, le partite a trivial e la pasta al forno bruciata, le tazze di thè, la discrezione vicinanza lunedì sera, l'attenzione domenica sera. Ma sopratutto per la naturalezza, l'accoglienza. Quel mondo famiglia che avete in quella casa aperta. Ho lasciato l'Italia piena di gratitudine, con la sensazione di essere stata a casa.



There was a time when I had two heads

there was a time when these two faces

covered themselves with loving dew

and dissolved in the perfume of a rose.


Now it seems to me

that, even if I go back, I go ahead

towards a grand gate

behind which extend walls

where extinct thunders and

broken bolts of lightening

lie sleeping...


(Parole e dipinto - The Traveller - di Marc Chagall)